Tra tutti i miracoli della moderna tecnologia calzaturiera, lo stiletto è forse il più stupefacente. Noto anche col nome di tacco a spillo, lo stiletto con i suoi 12 cm di altezza, fece irruzione sulla scena della moda all’inizio degli anni ’50. Vivier iniziò a disegnare tacchi stilizzati di 10 cm, applicandoli alle classiche scarpe dècolletè a punta allungata, e la rivista francese Vogue usò il termine “stiletto”.Vivier non fu però l’unico stilista a sperimentare questo nuovo tipo di tacco dalla linea sottile. Andrè Perugia e Charles Jordan avevano fatto ricerche in questo campo in Francia, così come Beth Levine negli Stati Uniti e Salvatore Ferragamo in Italia. Ma Vivier aveva un netto vantaggio su tutti gli altri: lavorava con il sarto più chiacchierato del mondo, e l’attenzione ossessiva che suscitava qualsiasi capo uscisse dall’atelier Dior fece sì che il tacco a spillo di Vivier fosse il primo a essere notato dalle riviste di moda.

Herbert-Levine-Inc.-1958-al Met

Qualsiasi stilista si fosse cimentato nella creazione di un tacco alto e affusolato, aveva dovuto fare i conti con i problemi che nascevano durante la fase di sviluppo del design. Il tacco tradizionale era di legno e, di conseguenza, se lo si voleva allungare era necessario che la struttura restasse massiccia, altrimenti al primo sforzo o pressione avrebbe rischiato di spezzarsi. E così il tacco affusolato dei primi anni ’50 era ancora relativamente spesso. Vivier sperimentò i primi sandali futuristici con il tacco d’acciaio argentato di 10 cm nel 1951. Verso la metà del decennio, gli stilisti italiani adottarono lo stile di Vivier.

Roger Vivier per Dior 1957 al Met

Nel 1956, in occasione di una fiera commerciale, fu esposto un tacco di plastica nel cui fusto era stato inserito una sorta di tappo d’alluminio che lo rendeva molto più robusto di un tacco di legno. Con questo nuovo stratagemma, i tacchi potevano essere ultrasottili e resistenti, e alla fine degli anni ’50 il tacco da 12,5 cm era diventato di uso comune. I diversi esemplari erano costruiti in modo identico, non diverso da quello impiegato per i grattacieli, con un’anima di metallo racchiusa da un affusolato rivestimento di plastica simile a una trave, a sorreggere il peso della donna che li calza.

stay-on shoe

I calzolai apprezzavano molto questo tipo di scarpa perché il piccolo salvatacco doveva essere sostituito di frequente. I dottori ne sconsigliavano l’uso, a causa del rischio di distorsione o frattura a cui le donne esponevano le caviglie. Comunque, alla fine degli anni cinquanta questo tipo di scarpa era l’unico considerato veramente alla moda. Quando i tacchi a spillo erano applicati a modelli a ciabatta, era particolarmente difficile camminarci o perfino tenerli ai piedi, poiché l’inclinazione della suola faceva sbattere il retro della scarpa facendola volare via all’improvviso. Un rimedio a questo inconveniente fu trovato con l’invenzione di un inserto di pelle ed elastico che correva sotto l’avampiede e serviva  a tenere la suola in tensione, spingendola verso l’alto per tenere il piede a stretto contatto col quarto anteriore. Creato da Maxwell Sachs nel 1954, questo ingegnoso sistema fu usato per la prima volta quello stesso anno su un paio di scarpe disegnate dalla stilista Beth Levine. Le sue scarpe a calamita, così chiamate perché l’elastico sembrava tenere il piede attaccato alla suola come una calamita, erano realizzate in crepe di seta nera.

winklepicker, attribuite a Margaret Jerrold, 1960 al Met

Arrivati al 1959, il tacco a spillo aveva raggiunto la sua massima altezza: 15 cm di acciaio affilato ricoperto di materiale plastico, con una punta di ferro che faceva le scintille a contatto con l’asfalto della strada. Più si alzavano i tacchi e più si allungavano le punte delle scarpe, facendole somigliare a rielaborazioni delle “poulaine” del XIV secolo. La nuova versione  fu chiamata “winklepicker” dal nome dello strumento usato per togliere le lumache di mare dai loro gusci. L’evidente feticismo di questo look sexy e trasgressivo cominciò a provocare commenti. Ritenuti simbolo di aggressività, di provocazione sessuale e di sfida giocosa, i tacchi a stiletto divennero ben presto l’emblema della ragazza “cattiva”. Negli anni sessanta, lo stiletto registrò un calo di popolarità, contemporaneamente all’avvento di stivali e scarpe a tacco basso, ritenuti più adatti ad accompagnare salopette e minigonne. Ma tornò in auge alla fine degli anni settanta e poi negli anni novanta…

Daniela Aquila

 

Bibliografia:

Titolo: Scarpe
Autore: L.O’Keeffe
C.Editrice: Konemann
Titolo: Scarpe
Autore: I.Danieli e R.Chiesa
C.Editrice : Rizzoli
Titolo: Cinquanta scarpe che hanno cambiato il mondo
Autore: Design Museum Londra
C.Editrice: De Agostini
Titolo: Vintage Shoes
Autore: C.Cox
C.Editrice: De Agostini
Titolo: Essential Fashion
Autore V.Manferto de Fabianis e F. Rocca
C. Editrice White Star






Vedi anche:

Il Sandalo

La Scarpa

I Tacchi a Spillo

Il Tacco