Negli anni 20 si affermo il fenomeno del divismo, aprendo un altro capitolo della storia del cinema.

I primi divi provenivano dal mondo teatrale, ma certo, essendo la diffusione del cinema molto più estesa e capillare, fu lo schermo a rendere “popolari” gli attori e a divinizzarli creandone un mito intorno al loro fascino tal volta naturale, tal volta costruito a tavolino.

La crescente industria cinematografica di Hollywood, decise di puntare tutto sui divi, facendoli diventare il centro intorno al quale girava tutto il sistema.  Ogni studio aveva sotto contratto diversi attori belli e giovani per i quali si creavano film appositi e grazie ai mass media (riviste, radio, rotocalchi e giornali), essi diventavano in breve tempo molto famosi, e seguiti da migliaia di uomini e donne in tutto il mondo.

Humphrey Bogart, Rodolfo Valentino, Greta Garbo, Marlene Dietrich

Questa prima generazione di divi, si distinse per avere un area eterea, quasi sopranaturale che li faceva diventare irraggiungibili; in un certo qual modo, venivano spogliati della propria identità , per assumere dentro e fuori dallo schermo una figura idealizzata.  Gli studios, gli faceva cambiare nome, cambiare il colore dei capelli, dimagrire, adottare un atteggiamento da duro, sciupa femmine, femme fatale, ecc.

Marlene Dietrich nel film Marocco

Nel caso di Marlene Dietrich, la sua immagine fu costruita da von Sternberg, un regista con il quale la Dietrich collaborò in sette film all’inizio della sua carriera.  I diversi personaggi che la Dietrich interpretò sotto la sua regia, riconducevano all’immagine di donna trasgressiva, fatale, altezzosa, e soprattutto androgina, e questa immagine rimasse per il resto della sua carriera.  Per questo effetto, lei mischiava i capi da indossare, da quelli eleganti con un tocco molto femminile fino a cravatte e giacche da uomo (cosa scandalosa all’epoca), che gli davano una grande sensualità .

Edith Head e i suoi Oscar

Nella divinizzazione degli attori, i costumisti giocarono un ruolo fondamentale, essi, lavoravano insieme ai registi, ai truccatori e agli acconciatori per rendere una persona normale, un divo.  Tra i nomi più illustri dei costumisti di questo periodo, ci sono: Howard Greer, chi disegno i costumi per Katherine Hepburn  nei film Christopher Strong (1933) e Bringing Up Baby (1938); Travis Banton chi creò l’immagine di grandi del cinema come Carole Lombard e Mae Westmay, vestendo anche Marlene Dietrich; Edith Head, chi fece molti dei costumi dei film di Hitchcock, e fu una delle più grandi costumiste degli anni 40 e 50, preferita da attrici come Ginger Rogers, Bette Davis ed Elizabeth Taylor. Adrian, un altro grande costumista, creò l’immagine di Greta Garbo, e contribuì a creare il look di Norma Shearer, di Jean Harlow, e di Joan Crawford.

Nonostante questo ruolo fondamentale, nella premiazione cinematografica degli Academy Award (gli Oscar), nati nel 1928, non venivano premiati i costumi, e fu solo vent’anni più tardi, nel 1949, che fu annessa questa categoria divisa in due premi fino al 1966: una per i film in bianco e nero, vinto da Roger K. Furse per il film Amleto e una per i film a colori vinto da Dorothy Jeakins e Karinska, per il film Giovanna d’Arco; mentre la categoria al miglior trucco fu aggiunta più di 30 anni dopo, nel 1982.

Il divismo nacque nei primi decenni del 900, ma presto prese piede affermandosi negli anni 20 e dando un forte impulso all’industria cinematografica e diventando un fenomeno che coinvolse chiunque guardasse un film, leggesse un giornale o ascoltasse un programma alla radio; loro, i divi, divennero un qualcosa da amare, tutti volevano raggiungerli con la consapevolezza di non poterci riuscire e forse era anche quello il loro fascino.

Ana Muraca

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