Il divismo, ovvero il processo di divinizzazione dell’individuo, fin dai suoi esordi nelle prime decade del secolo XX, apri le porte a un sodalizio tra l’alta moda e il cinema.

Intolerance (1916)

Uno dei primi a rendersi conto del business che si poteva fare vestendo i divi del cinema con l’alta moda, fu il fondatore della Paramount Studios Adolph Zukor; egli, osservando che le donne vanno a feste, ricevimenti o a teatro per vedere le altre donne e cosi essere aggiornate sulle ultime tendenze in fatto di moda, pensò che qualcosa di simile in una scala maggiore, potesse essere fatto tramite il cinema. Infatti, fu Zukor che introdusse il concetto di costumista nei film, ingaggiando nel 1912, il famoso couturier Paul Poiret’s, per creare i costumi per una sua produzione “La Regina Elizabetta” con Sarah Bernhardt che riscosse molto successo. Tanti altri disegnatori verranno assunti in questo modo, ma ancora senza un team dietro e vestendo solo gli attori principali.

Fu qualche anno più tardi quando nacque il primo reparto costumi, a opera del regista DW Griffith che per il suo film, il colossal Intolerance (1916), commissionò a Clare West tutti i suntuosi costumi, molti anche d’epoca, dandogli per la prima volta, le credenziali come “studio designer”.

Joan Grawford in Grande Hotel (1932) indossando un vestito di Adrian.

Da quel momento, saranno tanti, stilisti, disegnatori e illustratori a essere chiamati dall’industria cinematografica, pensiamo a Erté, a Paul Iribe, Adrian, facendo crescere l’importanza dei costumi all’interno delle produzioni cinematografiche; in particolare quelle di Hollywood, che ogni volta prevedeva budget maggiori, e che gradualmente durante gli anni 20, fecero perdere (anche per via della guerra), il primato alla moda francese, proponendo attraverso il cinema uno stile più pratico, ma ugualmente elegante, realizzato da stilisti americani, creando una moda autonoma.

Se all’inizio del secolo, il costume aiutava gli attori del cinema muto, a comunicare con il pubblico, dalla fine degli anni 20, il mondo dei costumi evolve, anche grazie all’avvento del cinema sonoro, dove non c’è più bisogno di esagerare i gesti, di trucco cosi pesante o di costumi troppo evidenti, tutto questo rese il cinema un qualcosa di più naturale, gli attori parlavano con la propria voce, che divenne un elemento essenziale, tutto diventò più reale, meno melodrammatico e i costumisti finalmente si concentrarono sul carattere dei personaggi che vestivano. Ogni studio aveva il proprio dipartimento costumi che spesso era, anche per molti anni, sotto la direzione dello stesso designer.  Tra i costumisti più famosi e apprezzati ci sono: Adrian (MGM 1928-1941), Helen Rose (MGM 1943-1960s), Edith Head (Paramount 1938-1967, Universal 1967-1981), Orry-Kelly (Warner Bros. 1932-1944), e Walter Plunkett (RKO 1929-1940, MGM 1946-1966).

Grace Kelly nella Finestra sul cortile (1954) vestita da Edith Head

Una decade dopo, con l’arrivo del cinema a colori, anche i costumi dovettero adeguarsi a nuove regole.  Dopo i  primi costumi cinematografici realizzati nelle diverse tonalità  di grigio (per controllare meglio i contrasti), vennero i costumi colorati che permisero ancora più espressività  e intensità  nei personaggi che ora potevano essere identificati attraverso il colore (degli occhi, della carnagione, dei capelli, dei costumi, ecc) .

Continua (qui), in Gli anni d’oro del divismo.

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