Nel 1935, la già ben avviata maison, si trasferì a Place Vendome, con la formula “pronto da portare via subito”, una novità che le procurò parecchi nuovi clienti.  All’interno, l’originalità degli arredi, delle vetrine e la varietà degli articoli che spaziavano dai capi d’abbigliamento agli accessori ai profumi crearono un’atmosfera unica; una donna poteva uscire dal negozio vestita Schiaparelli dalla testa ai piedi o semplicemente portando con sé un accessorio per ravvivare un suo abito.  Da questo momento in poi, Elsa regolarizzò la presentazione delle sue creazioni a quattro collezioni l’anno, ognuna delle quali aveva un tema ben definito tratto dagli eventi, dall’arte, da altre culture, o da qualsiasi cosa potesse colpire la sua fantasia.  Fu questo il periodo di maggiore produttività e fantasia, Elsa applicò le basi e i temi del Surrealismo alla moda, strappando gli oggetti del quotidiano al loro contesto per esibirli in un modo inedito e per fare ciò, iniziò a lavorare con artisti di ogni genere, da Picasso a Dalì, da Cocteau a Bérard, da Vertès a Man Ray creando oggetti che colpivano subito l’occhio come i guanti con unghie dorate, l’abito strappato o il cappello a forma di scarpa.

Nomi come “Stop, look and listen”, “Musica”, “Circo”, “Cosmique”, “Farfalle”, “Maschera”, “la Commedia dell’Arte” e “Cash and Carry” caratterizzavano e davano vita alle sue collezioni che per la prima volta venivano esibite come dei  veri e propri spettacoli teatrali.

Con la guerra però tutto cambiò, il clima pesante che si respirava non lasciava presagire niente di buono ed Elsa consapevole, dopo aver ridotto il personale e riorganizzato il lavoro, creò una collezione adatta al momento, con abiti pieni di grandi tasche in modo da potersi portare velocemente la maggior quantità di oggetti in caso di necessità, tutte da indossare in un paio di minuti e vestiti da sera camuffati.

Abito scheletro 1938 al V&A

La Schiaparelli decise che era il momento di andare in America a trovare sua figlia Gogo, una volta arrivata fu immediatamente riconosciuta e le viene proposto di fare un giro di conferenze sulla moda che lei accetto volentieri.  Rimase diversi anni cercando di aiutare come poteva a raccogliere fondi per la Francia e una volta finita la guerra, torno alla sua amata Parigi dove riprese il lavoro, ma ormai i tempi e i clienti erano cambiati, non più donne di classe e di buon gusto ma moglie e figlie provenienti di famiglie arricchite con l’industria della guerra che secondo le sue stesse parole “si ostinavano a sembrare ragazzine, anche se erano vecchie” e che trovarono molto più adatte a loro il “New Look” lanciato da Christian Dior nel 1947 rispetto allo sfarzo di fantasia e creatività dei modelli della Schiaparelli.

Cappello-scarpa 1937-38 al V&A

I suoi sforzi si concentrarono sulla produzione d’abbigliamento sportivo e accessori, insieme alla vendita dei suoi profumi: Salut, Souci e Schiap del 1934, Shocking del 1937, il cui flacone fu disegnato da Léonor Fini sulle forme del busto di Mae West, Sleeping del 1938, Snuff (for men) del 1939, Le Roi Soleil contenuto nel flacone disegnato da Dalì, del 1946 e Zut! del 1948. Non riuscendo però a riscontrare lo stesso successo di prima e costretta da un tracollo finanziario, decise di chiudere definitivamente l’atelier alla fine del 1954, continuando a vivere fino al 1973, grazie ai proventi della vendita dei suoi profumi.

Profumo Shocking

Elsa Schiaparelli è anche nota per il colore simbolo della sua maison il rosa shocking, che diede nome ad uno dei suoi profumi, alla sua autobiografia e il quale impiegava per le sue confezioni, per i rossetti e per alcuni dettagli e accessori delle sue collezioni.  Il rosa shocking, individuato nel 1936, viene citato nella sua autobiografia come un colore “… brillante, impossibile, sfrontato, piacevole, pieno d’energia, come tutta la luce, tutti gli uccelli e tutti i pesci del mondo messi insieme, un colore proveniente dalla Cina e dal Peru, non occidentale; un colore shocking puro e non diluito.”

 Forse, la sua vera rivoluzione fu quella della sperimentazione, senza altri limiti che quelli imposti dalla sua immaginazione, dai bottoni al lavoro con nuovi materiali come la plastica, il rhodophane con i quali creava collane e bracciali, ai suoi capi che anche se portabilissimi, erano sempre resi particolari da un dettaglio che faceva sentire la donna che li indossava, un essere speciale.

 

Bibliografia:

“Moda, Il secolo degli stilisti”, Charlotte Seeling, Konemann, Milano, 2000.

“Storia della moda XVIII-XXI secolo”, Enrica Morini, Skira, 2011

“Shocking life. Autobiografia di un’artista della moda”, Elsa Schiaparelli, Alet Edizioni, 2008.