La recente industria del cinema americano arrivava alla sua età d’oro negli anni trenta, tutto il glamour e lo splendore servivano da meccanismo di fuga e di divertimento in un momento di grandi tensioni e di depressione.

Fino alla fine degli anni venti, i costumi degli Studios s’ispiravano direttamente alla moda parigina che però cambiava sempre più velocemente, infatti capitava che al momento della proiezione di un nuovo film, la moda era già cambiata.  Per risolvere il problema, è venuta l’idea a Samuel Goldwyn, un produttore di origine ebraica, di portare direttamente la moda parigina negli Stati Uniti; e cosi, convinse Gabrielle Chanel di accettare un contratto di un milione di dollari l’anno, per disegnare i costumi di scena per la sua casa di produzione, la Metro Goldwyn Mayer, inoltre doveva riorganizzare il reparto costumi e anticipare la moda di sei mesi.  In teoria, l’idea era eccellente, avere accanto a se la donna che creava la moda; ma nella pratica, fu un completo disastro; Chanel riuscì solo a realizzare i costumi per tre dei suoi film, Palmy Days (A. E. Sutherland, 1931), Tonight or Never (Mervyn LeRoy, 1931) and The Greeks Had a Word for Them (Lowell Sherman, 1932), giacche i suoi vestiti sembrarono troppo semplici; mentre Hollywood voleva delle dee, Chanel vestiva delle semplici donne.

 Dopo questo episodio, gli Studios decisero di puntare tutto sui loro costumisti, creando una moda in alternativa a quella di Parigi, che da questo momento, grazie all’ampia diffusione del cinema americano in Europa, inizio a subirne l’influsso.  Grandi talenti come Adrian per gli MGM, Travis Banton, Walter Plunkett e Edith Head per Paramount e Orry Kelly per la Warner Studios, disegnarono i più stupendi costumi che venivano puntualmente seguiti, riprodotti e venduti nella grande distribuzione.

 Uno dei vestiti più copiati, è stato quello disegnato da Adrian per Joan Crawford che interpretò Letty Lynton, nell’omonimo film del 1932; si tratta di un abito da sera bianco con le maniche provviste di ruches, che enfatizzavano le naturali spalle ampie della Crawford e che ricevette il credito per la moda delle spalle imbottite; il successo fu tale che solo nei grandi magazzini Macy’s furono venduti quasi mezzo milione.

La nuova grande opportunità di affari fu ben sfruttata sia dagli Studios sia dai grandi magazzini, si firmarono accordi commerciali, si crearono reparti dedicati alla vendita esclusiva di questi abiti, si fecero cataloghi per la vendita per corrispondenza, infine si cercò di promuovere Hollywood come il centro internazionale della moda al posto della stessa Parigi; ma non si è fermato lì, il cinema ha influenzato anche la moda per il tempo libero come quando Edith Head vestì Dorothy Lamour con dei parei nel film The Jungle Princess del 1936, influenzando la moda americana per i seguenti quindici anni.  Lo stesso possiamo dire degli accessori, anch’essi furono largamente copiati, ne è esempio il cappello dell’imperatrice Eugenia (moglie di Napoleone III che mise di moda i piccoli cappelli intorno agli anni cinquanta dell’800) indossato da Greta Garbo nel film “Romance” rendendolo estremamente popolare, cosi come le scarpe a due toni di Fred Astaire o le piattaforma di Carmen Miranda.  Invece chi non si poteva permettere di comprare un abito o un accessorio nuovo dell’ultimo film della sua star preferita, ne copiava il trucco o ne imitava il taglio di capelli o l’acconciatura; fu cosi che la Garbo resse popolare il bob, che Jean Harlow fece diventare di moda i capelli biondo platino e che la Dietrich diffuse l’uso di disegnare a matita le sopracciglia.

Jean Harlow

Come abbiamo visto, Hollywood s’impose sulla, rendendola estremamente popolare e accessibile, anche se a diversi livelli, a tutte le donne che in qualche modo, potevano avere almeno l’idea di somigliare alle loro star più amate.

Ana Muraca

 

Bibliografia:

McEvoy Anne, “Costume and Fashion source books, The 1920’s and 1930’s”, Bailey Publishing Associates Ltd, 2009

Mendes Valerie, De la Haye Amy, “Fashion since 1900”, Thamas and Hudson, United Kingdom, 2010

Robertson Patrick, “I record del cinema”, Giunness Pubblishing ltd, 2001

Seeling Charlotte,“Moda, Il secolo degli stilisti”,  , Konemann, Milano, 2000.

 

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