«Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio,

perché il rattoppo porta via qualcosa del vestito e lo strappo diventa

peggiore» (Mt 9,16).

 Da oltre trent’anni, il Laboratorio di Restauro Tessili Antichi delle monache dell’Abbazia benedettina sull’Isola san Giulio (NO) apre ogni mattina i suoi battenti con entusiasmo e trepidazione ad un tempo: ogni giorno, infatti, è una nuova sfida da affrontare, ora con qualche tessuto rinascimentale così logoro da non sapere da che parte iniziare, ora con un broccato così sporco da non osare toccarlo, ora con una tela di seta così sottile da dover trattenere il respiro… Per chi non ci conosce, il nostro Laboratorio ha preso avvio nell’anno 1984 grazie all’interessamento congiunto della Provincia, della Curia di Novara e dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze che si prestò a tenere presso l’Abbazia un corso intensivo con lezioni sia di carattere metodologico che pratico. Al termine del corso, il Laboratorio poté avviare la sua attività, mantenendosi dapprima in stretto contatto con l’Opificio ma acquistando via via una sua autonomia. Attualmente le monache più esperte insegnano alle monache più giovani, impostando il Laboratorio secondo la sapiente tradizione delle antiche botteghe dove l’arte si trasmetteva di generazione in generazione o forse, anzi, meglio ancora, delle antiche abbazie dove il ricamo, la pittura, la miniatura si insegnava alle novizie insieme al canto gregoriano, al latino, alla teologia, alla Regola di san Benedetto.

Ma che cosa significa “restaurare”? Restaurare è l’arte del rispetto, della discrezione,

del discernimento. Restaurare vuol dire avere cura, avere premura, dedicarsi a qualcosa che vogliamo conoscere e conservare.

Mentre l’uomo contemporaneo è affannosamente proiettato verso il futuro, verso nuove conquiste, cercando di superare ogni limite, a prezzo delle trasgressioni più tragiche, il restauratore, piegandosi con rispetto sulle opere d’arte, scopre un nuovo rapporto con il tempo e con le cose. Stringe un rapporto di amicizia tra passato e presente unendo questi due mondi con un atteggiamento di pazienza e di rispetto. Gli occhi del restauratore sono occhi che vedono “oltre”: vedono l’opera restaurata quando davanti a noi c’è ancora l’opera rovinata dall’usura del tempo. Colui che restaura è consapevole che tagliando il filo rosso che ci unisce al passato, si spezza anche la comunicazione con il futuro … e questo non ce lo possiamo permettere.

Ma come acquisire un animo da restauratore? Cerchiamo di indicare almeno una traccia,

presentando alcuni “pensieri” di persone che hanno amato l’arte del restauro;

«Il perfetto responsabile di una bottega di restauro deve possedere particolari disposizioni per tutti i rami dell’arte. Non si esige che ogni operazione sia eseguita da lui personalmente, ma deve essere almeno in grado di dirigerla e di assumerne la responsabilità. Deve inoltre avere a disposizione dei buoni aiuti, abili in quei generi nei quali egli non è valente e approfittare della loro abilità affinché il restauro risulti perfetto. Deve inoltre essere animato da un caldo amore per il suo lavoro» (Secco Suardo).

E ancora: «Soprattutto coloro che sono freschi di diploma devono comprendere che restaurare non è solo pulire, consolidare degradi. Ma cercare di capire la genesi dell’oggetto, di ricostruirne la storia, di conoscere la simbologia… e poi ascoltare e parlarne, confrontare e documentarsi e scrivere, mai con noiosità, mai con superbia» (Pier Sergio Angelucci).

«Non si può essere conservatori se non si conoscono, e fino in fondo per quel che sono e per quel che valgono, gli oggetti da restaurare. Non si può operare su di essi affidandosi solo al gusto da esteti, sia pure raffinati, o alla sola materiale abilità tecnica, sia pure ad alto livello» (Umberto Baldini).

«Il restauro è una disciplina che richiede una preparazione culturale, ma allo stesso tempo operatività. La teoria e la pratica devono proseguire di pari passo e devono essere come due sorelle gemelle: tanta teoria, tanta pratica. Tanta teoria deve avere il restauratore, ma anche tanta abilità e allenamento nel “toccare” l’oggetto. Il restauratore deve studiare, deve informarsi, ma contemporaneamente deve lavorare, toccare e acquisire quella abilità che si deve manifestare nel modo di lavorare. Solo allora diventerà un bravo

tecnico della conservazione».

«Un consiglio? Per chi consigli ne accetta: professionalità e ancora

professionalità, il che significa molto lavoro, molto impegno, serietà e sacrificio. Lo so, sono le solite cose che dicono quelli delle vecchie generazioni, ma forse funzionano sempre: con me hanno funzionato!».

 

Anche con noi hanno funzionato e funzionano ancora!!

 

Le monache dell’Isola.