Più o meno un anno fa, girava la pubblicità di questo film su facebook, incuriosita, ho visto il trailer e mene sono innamorata, ho atteso con impazienza l’uscita nelle sale e a dire il vero, anche con un po’ di timore di essere delusa. Il giorno è arrivato e sono andata a vederlo e devo dire che è uno dei pochissimi film, riesce a darti di più di quanto ti aspettavi.

Il film, ambientato negli anni venti, è un adattamento del romanzo di David Ebershoff, “The Danish girl”, che racconta la storia vera del pittore danese Einar Wegener  uno dei primi transessuali della storia e il primo a sottoporsi all’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.

Il vero Einar Wegner e Lili Elbe

Un giorno Gerda, la moglie di Einar, anche lei pittrice, gli chiese di sostituire la sua modella e di vestirsi come una donna per poter finire il dipinto che stava realizzando; Einar, all’inizio titubante, si lascia trascinare dalla morbidezza delle calze, dal luccichio delle scarpe e dalla bellezza dell’abito svegliando in lui qualcosa che aveva sempre represso. Da questo gioco innocente nasce Lili Elbe, la donna che c’era sempre stata dentro di lui ma che non era mai riuscita a farsi sentire abbastanza per uscire allo scoperto.

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Diretto da Tom Hooper, regista del Discorso del re e I Miserabili; il film è stato nominato quattro volte ai premi Oscar tra l’altro come migliori costumi, grazie al lavoro dello spagnolo Paco Delgado (con cui Hooper aveva lavorato nei Miserabili) che basandosi sui quadri dipinti da Gerda, sui creatori di moda più famosi del periodo e sulla società di Copenaghen e di Parigi degli anni venti, ha saputo raccontare magistralmente tramite i costumi, questa commovendola  storia.

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La bellezza dei costumi di questo film non è racchiusa, nell’ esecuzione filologica e fedele al periodo di riferimento, anche perché spesso nel film si vedono silhouette che non corrispondono agli anni venti; ma risiede tutto nel  riuscire a raccontare i personaggi dall’interno,  ciò che provano si riflette all’esterno e questo il caso di Einar, nella sua trasformazione in Lili, ma anche in Gerda, nel suo conflitto interno, nella sua affermazione come artista.

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Einar all’inizio del film compare con completi scuri, colletti rigidi, che sembrano a loro volta una sorta di prigione autoimposta; quando Lili viene alla luce, lo fa scegliendo abiti molto femminili, quasi seguendo un cliché, perché deve capire chi è lei, come è, cosa le piace.

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Quando la coppia si trasferisce a Parigi, tutto cambia, Einar veste con completi neutri e fluidi che evidenziano una trasformazione già avviata, come se avesse iniziato ad accettare la convivenza di Einar e Lili nello stesso corpo.

 Photo from Vantagenews.co.uk

foto dal sito Vantagenews.co.ukQuando è Lili a prendere il commando, i suoi abiti riflettono più consapevolezza e allegria con toni caldi e stoffe fluide che danno quel senso di libertà che prima non c’era, lei comincia ad avere un carattere più definito, a sapere cosa vuole.

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Per i suoi abiti, Paco si è inspirato alla “robe de style” (creata da Jeanne Lanvin nel 1921 dove si segue la silhouette tipica degli anni venti con la vita scesa, ma riprendendo le forme del panier settecenteschi, la gonna si apre sostenuta da altre sottogonne in una foggia molto femminile) che gli di da un tocco più teatrale.

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Anche Gerda cambia il suo aspetto, nonostante il dramma che vive nella sua vita privata, professionalmente si sta affermando sempre di più, inizia a essere molto conosciuta nell’ambiente, per ciò i costumi non potevano non inspirarsi a Coco Chanel, che vedeva la donna come un essere libero, indipendente e sportivo.

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 Degni di nota sono anche i costumi di Ulla, la loro amica che Paco ha pensato di vestire con un tocco molto orientale, una esplosione di colori ispirati a Paul Poiret, re indiscusso della moda agli inizi del secolo, ma con un tocco più moderno e adatto agli anni venti.

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Ana Muraca